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Le auto d’epoca fanno reddito: il fisco può chiedere chiarimenti?

 

Legittimo l’accertamento fiscale basato sul possesso e mantenimento di auto storiche.
Sbaglia chi crede che conservare una vecchia auto nel garage sia innocuo, indice – più che di ricchezza – della capacità di riconoscere il valore storico e artistico di una carrozzeria non più in produzione. È vero che la legge sembra favorire il collezionista di auto d’epoca stabilendo l’esenzione dal bollo per i  mezzi con più di 30 anni dalla fabbricazione. Ma anche il possesso e il mantenimento di auto storiche richiede soldi: soldi non tanto necessari per le tasse, quanto piuttosto per la manutenzione, per la benzina, per il garage e la stessa cura che la macchina richiede. Tutto ciò manifesta una «capacità contributiva» ossia una possibilità di spesa ulteriore in capo al contribuente rispetto a una persona qualsiasi. Se pertanto tale ricchezza non trova riscontro nella dichiarazione dei redditi, l’Agenzia delle Entrate può procedere con un accertamento fiscale. Lo ha chiarito ieri la Cassazione [1]. Secondo la Corte, anche le auto d’epoca fanno reddito e autorizzano il fisco a chiedere chiarimenti su come vengono mantenute e con quali soldi.

 

«Niente è più necessario del superfluo» diceva Oscar Wilde. Non la pensa allo stesso modo l’Agenzia delle Entrate secondo cui, invece, si può pensare al superfluo solo se si ha il necessario. E pertanto, può avere un’auto d’epoca solo chi ha soddisfatto già gran parte dei suoi bisogni primari. Ecco perché è inverosimile la compatibilità tra il possesso di un’auto storica e una dichiarazione dei redditi ai minimi. «C’è qualcosa che non va» può giustamente osservare il fisco, legittimato dalla legge a presumere che la titolarità di beni costosi possa nascondere delle ricchezze non dichiarate. Il che significa non già un accertamento fiscale automatico, ma sicuramente una richiesta di chiarimenti. Spetta al contribuente, al ricevimento della lettera da parte delle Entrate, dimostrare come e con quali redditi riesce a mantenere i beni in suo possesso. Se tale prova non viene fornita, allora sì che scatta l’accertamento. Ed è proprio il caso di specie: anche l’auto d’epoca può giustificare un avviso del fisco e, in difetto di prova contraria, il recupero a tassazione dei soldi evasi.

 

Mantenere un’auto d’epoca richiede a volte molti soldi. Il fisco può chiedere da dove provengono queste entrate


Per la Cassazione conservare un’auto d’epoca è sintomo di reddito al di là dell’uso che ne viene fatto. Anche se la macchina non è utilizzabile su strada ed è conservata nel garage più per una questione di affezione che non di utilità, essa è comunque un indice di capacità contributiva. In sostanza, ribadisce il Collegio, «in tema di accertamento delle imposte sul reddito, il riferimento al possesso di autovetture da parte del contribuente, contenuto nel cosiddetto redditometro, deve intendersi esteso anche alle auto storiche, non rinvenendosi in dette disposizioni alcuna precisazione o restrizione al riguardo, e rappresentando tale circostanza un idoneo indice di capacità contributiva, dal quale possono correttamente desumersi elementi di valutazione (…) come fatto al quale notoriamente si ricollegano spese a volte anche ingenti: non appare, infatti, estraneo alla cultura dell’uomo medio il fatto che le predette autovetture formano oggetto di ricerca e collezionismo fra gli appassionati di tali beni, che per gli stessi esiste un particolare mercato e che (…) la manutenzione di veicoli ormai da tempo fuori produzione comporta rilevanti costi, in ragione della necessità di riparazione e sostituzione dei componenti soggetti ad usura».
 
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[1] Cass. sent. n. 15899/17 del 26.06.2017.

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